Il Calcarone

A partire dal 1850, per il trattamento del minerale di zolfo, fu usato il metodo del “calcarone”, nel 1880, comparvero i “forni GILL”; questi due sistemi furono adottati per un lungo periodo, in pratica fino alla scomparsa dell'industria solfifera italiana.
Il “calcarone” è una derivazione della “calcarella”.
La nascita del “calcarone” si deve ad un fatto delittuoso avvenuto nel 1842 in una miniera presso Favara in Sicilia dove, per vendetta, venne dato fuoco ad una massa di minerale accatastato nei pressi della miniera.
Vi accorsero molte centinaia di uomini che, non disponendo di acqua, credettero opportuno tentare di soffocare il fuoco coprendo il minerale con terra e pietre.
Dopo circa un mese da sotto quella massa cominciò a scorrere zolfo puro di qualità superiore a quella che la miniera aveva sempre dato.
La quantità poi era maggiore di quella che si sarebbe ottenuta trattando quel minerale con la “calcarella”.
In sostanza il segreto del “calcarone” fu quello di coprire la parte sporgente della fossa con terra allo scopo di frenare e rendere meno viva la combustione.
La resa aumentò notevolmente: da un terzo a quasi due terzi; non si correva inoltre il rischio di perdere il prodotto nel caso di avverse condizioni atmosfe-riche, e la produzione di anidride solforosa era più limitata1. Il “calcarone” (vedi Disegno 1) era un gran cumulo di minerale di zolfo posto in luogo riparato dal vento, in una escavazione e struttura di forma circolare su terreno in pendio con fondo inclinato fra i 30 ed i 35 gradi, di dimensioni variabili che andavano da 250 a 3.500 tonnellate, un diametro da 5 a 35 m ed un’altezza fra 1/7 ed 1/5 del diametro stesso.
Quando le dimensioni erano notevoli era indispensabile, sulla base, realizzare dei canali <<C>> tipo fogna (vedi Disegno 2) per la circolazione dell’aria.
Il minerale era ammassato con precise regole, nella parte centrale ed inferiore del cono i pezzi più grossi ed in periferia i più piccoli, il tutto ricoperto con i residui delle precedenti fusioni (rosticci).
Completata la copertura veniva effettuata l’accensione (generalmente di notte) utilizzando legname imbevuto di zolfo.
Il legname era posto sulla sommità del cumulo in zona opposta alla “morte” (era così chiamata la porta d’accesso alla base del calcarone).
La zona di combustione così creata, lentamente si diffondeva verso il basso ed in avanti, il calore si propagava fondendo tutto lo zolfo il quale, separandosi dalla ganga, si raccoglieva in basso e giungeva al muretto di chiusura o “morte” in un periodo che oscillava dagli 8 ai 30 giorni dall’accensione.
La presenza dello zolfo fuso dietro la “morte” veniva rivelata agli operai addetti alla fusione dello zolfo (badatori) dal calore emanato dai mattoni utilizzati per la chiusura.
Con una barramina (ferro cilindrico con punta, lungo 1,5-2 m), veniva forato il tappo di argilla e lo zolfo fuso, per mezzo di canalette di lamiera tipo grondaia, veniva convogliato negli stampi, una volta cassette di legno umide e successivamente i ghisa <<f>> (Disegno 1) dove solidifica in pani da 50 - 60 kg (furmet).
Appena raffreddati i pani (furmet), venivano tolti dagli stampi ed accatastati.
Dalle testimonianze orali degli addetti (badatori) da un “calcarone” di 2.500 tonnellate si ottenevano circa 6.000 pani di zolfo.
Il tempo che intercorreva fra l'accensione del “calcarone” e l’esaurimento della raccolta dello zolfo fuso, variava a seconda delle dimensioni del“calcarone”, della natura del minerale ed anche, seppur in minima parte, dalle condizioni atmosferiche.
Mediamente, secondo gli operai addetti alla fusione dello zolfo (badatori), per un “calcarone” della capacità di:

  •     50-300 metri cubi, intercorrevano da 30 a 35 giorni per uno di
  •     1000-1200 metri cubi, da 50 a 60 giorni e, per uno di
  •     2000-2500 metri cubi, da 80 a 90 giorni.

Dello zolfo contenuto nel minerale solo i 2/3 perveniva alla “morte” in quanto 1/3 serviva ad alimentare la combustione.
Il massimo rendimento che si può ottenere dai “calcaroni” è di circa il 60 65% dello zolfo totale, per un minerale con 25% di zolfo, 70% di calcare e 5% di umidità.
Esaurita la raccolta dello zolfo fuso, il foro veniva chiuso con il solito tappo di argilla, si attendeva che il “calcarone” si raffreddasse per essere svuotato e di nuovo riempito.

Calcarone Disegno 1

A) Copertura di rosticci
B) Zona di accensione
C) Altezza del cono un settimo ed un quinto del diametro
D) Canali per areazione e passaggio fuso
E) Pendenza del cono 30-35°
F) Stampi
G) Morte.

Calcarone Disegno 2

A) Stampi
B) Morte
C) Canali di areazione e passaggio fuso.

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